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    Immuni e bluetooth: i problemi del contact tracing contro il coronavirus

    Immuni bluetooth contact tracing coronavirus

    Immuni, l’app creata per combattere l’epidemia di coronavirus, si basa sulla tecnologia bluetooth per il tracing dei positivi, avvertendo gli utenti che hanno avuto un’esposizione a rischio.

    L’utilizzo del Bluetooth Low Energy permette all’app di funzionare senza raccogliere dati sulla posizione dell’utente, né sull’identità. Ci sono però dei problemi legati alla tecnologia, relativi in particolare all’accuratezza del segnale e alla distanza percepita.

    Immuni: il bluetooth per il contact tracing

    La scelta del bluetooth come sistema di tracciamento per l’app immuni è dovuta principalmente a motivi di privacy. L’app, per poter esercitare la sua funzione, deve essere sempre attiva in background, e il bluetooth sempre acceso.

    Considerando la quantità di dispositivi che usiamo giornalmente sfruttando questa tecnologia, l’app non richiede nulla di più di ciò che normalmente facciamo. Le identità sono preservate, così come la posizione e i movimenti dell’utente.

    Immuni utilizza soltanto il bluetooth per il contact tracing, e non accede a informazioni sensibili. Credits: DDay.it
    Immuni utilizza soltanto il bluetooth per il contact tracing, e non accede a informazioni sensibili. Credits: DDay.it

    I dati raccolti dall’app sono relativi soltanto al giorno in cui si è verificata l’esposizione, la durata di questa e le informazioni sull’intensità del segnale per calcolare la distanza tra i device di due utenti. I contatti considerati rilevanti sono quelli che avvengono nel raggio di 1-2 metri, ovvero a distanza di “colpo di tosse”.

    Secondo i co-inventori della tecnologia, però, utilizzare il bluetooth come unico metodo per il contact tracing non è il metodo migliore per ottenere dei risultati sufficientemente affidabili.

    I problemi del bluetooth nella lotta al coronavirus

    Il limite principale del bluetooth sta nell’essere fortemente influenzato dalla conformazione dell’ambiente. Il contact tracing di Immuni usa la misura del RSSI (Received Signal Strength Indication) del bluetooth per capire quanto è forte il segnale ricevuto dal proprio smartphone, calcolando quindi la distanza tra due device.

    La tecnologia si basa sullo scambio di onde radio: la comunicazione risulta ottima se tra i due device non ci sono ostacoli, ma diventa alterata anche se uno dei due si trova in una tasca, o soltanto ruotato. Le onde radio, infatti, vengono continuamente rimbalzate o bloccate dagli oggetti che incontrano e dalle stesse persone.

    La variazione del valore RSSI in base alla distanza. Credits: bluetooth.com
    La variazione del valore RSSI in base alla distanza. Credits: bluetooth.com

    È sufficiente quindi un piccolo ostacolo (il telefono in borsa o in tasca, ad esempio) per falsificare la misurazione e portare a falsi negativi. Immaginiamo due persone che si incontrano, uno a piedi e l’altro in macchina. I due cominciano a parlarsi a distanza ravvicinata, al finestrino, ma i segnali degli smartphone sono bloccati dalla portiera o altri ostacoli, e la misurazione rileva una distanza maggiore di quella reale.

    Occorre anche considerare la diversità dei chipset bluetooth installati nei dispositivi, che cambiano non solo tra marche differenti, ma anche tra modelli dello stesso brand. L’RSSI calcolato dai due smartphone sarà diverso anche nel caso in cui i telefoni siano liberi da ogni ostacolo. I calcoli di due device possono differire anche di 6dBm (decibel-milliwatt): ciò si traduce, per una distanza di 2 metri, in un errore di quasi 1 metro (sia in positivo che in negativo).

    Quanto è reale il problema?

    Gli stessi sviluppatori di Immuni sottolineano che il bluetooth è soggetto a disturbi e quindi non è perfetto per il tracing dei positivi al coronavirus. Le informazioni utilizzate, inoltre, sono limitate e portano a una valutazione a volte errata.

    Ma il problema è davvero così grave? Occorre ricordare che l’app è uno strumento a supporto del contact tracing tradizionale, e non un sostituto. Immuni non ordina o impone tamponi né isolamenti, ma aiuta a individuare casi potenziali per i quali sarà sempre il personale sanitario a valutare e decidere come comportarsi. La “responsabilità reale” dell’app è molta meno di quella percepita.

    La notifica di Immuni nel caso di esposizione a rischio con un positivo al coronavirus. Credits: Money.it
    La notifica di Immuni nel caso di esposizione a rischio con un positivo al coronavirus. Credits: Money.it

    Immuni inoltre sta mantenendo un rapporto costante tra segnalazioni di positività (effettuate dagli operatori) e notifiche inviate, pari a 17,5. Il numero si avvicina molto a quello individuato dal virologo Andrea Crisanti, secondo il quale occorre identificare tra le 15 e le 20 persone a rischio per ogni positivo.

    Per aumentare l’accuratezza delle misurazioni occorrerebbe introdurre l’utilizzo del Gps. Unito al bluetooth sarebbe in grado di fornire dati ancora più precisi, affinando le misurazioni. In questo caso, però, si presenterebbe il problema della privacy, eliminando parte dell’anonimato degli utenti.

    L’articolo Immuni e bluetooth: i problemi del contact tracing contro il coronavirus proviene da TechCuE.

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