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    Un esame del sangue per diagnosticare la depressione

    La depressione è una tra le patologie psichiatriche più diffuse al mondo. Si stima infatti che il 3.8% della popolazione ne sia affetto, ma in seguito alla pandemia di COVID-19 i casi potrebbero aumentare. Le cause sono molteplici e spesso concomitanti: non influiscono solo fattori psicologici, sociali o ambientali, ma anche genetica e componenti biologiche svolgono un ruolo importante. I sintomi possono variare da paziente a paziente. Questo rende anche la diagnosi e la scelta della terapia molto più complessi che per altre patologie. In questo contesto si inserisce uno studio che ha individuato un biomarcatore che risulta coinvolto in questa malattia. Grazie a questo è ora plausibile l’ipotesi di diagnosi attraverso un semplice esame del sangue. 

    Un esame del sangue per diagnosticare la depressione

    Il biomarcatore nel sangue che segnala la depressione

    Lo studio è stato condotto all’Università dell’Illinois ed è stato coordinato da Mark Rasenick. Il gruppo di ricercatori ha individuato un meccanismo che sembra essere cruciale nella depressione. È stato notato, infatti, che la depressione è accompagnata da livelli ridotti di adenilato ciclasi, una molecola che viene prodotta in risposta a neurotrasmettitori come serotonina ed epinefrinaQuesto avviene perché la proteina intermediaria responsabile della produzione di adenilato ciclasi, ovvero la Gs-alfa (Gsa), rimane bloccata nella matrice di colesterolo della membrana, in una zona definita zattera lipidica. Qui, la Gsa non riesce a svolgere adeguatamente la propria funzione. In accordo con questo, nei pazienti depressi si troverebbero concentrazioni più elevate di Gsa nelle zattere lipidiche e una diminuzione nel normale livello di adenilato ciclasi nel sangue. I ricercatori hanno quindi ideato il test, basato sull’analisi dell’attività dell’adenilati ciclasi.

    Un esame del sangue per diagnosticare la depressione

    Lo studio è stato condotto su 49 pazienti affetti da depressione e 59 pazienti sani per il controllo. 25 tra i pazienti affetti da depressione hanno iniziato una cura con antidepressivi, 19 dei quali hanno correttamente concluso il trial. L’ipotesi era che il trattamento con antidepressivi sia in grado di portare la proteina Gsa ad uscire dalla zona delle zattere lipidiche, il che comporterebbe anche un aumento nel livello di adenilato ciclasi. I test condotti dai ricercatori hanno confermato tale ipotesi. È stato infatti visto che nei pazienti che hanno avuto un miglioramento in seguito all’inizio della terapia c’è stato anche un aumento nell’attività dell’adenilato ciclasi

    Un esame del sangue per diagnosticare la depressione

    Limiti dello studio e futuri sviluppi

    La ricerca condotta all’Università dell’Illinois è stata solo uno studio pilota con una serie di limitazioni. In primo luogo, questa fase preliminare mancava di un gruppo placebo. Ciò implica che non è ancora del tutto corretto associare i risultati del test, e quindi il miglioramento nei sintomi depressivi, al farmaco. Inoltre, tra i pazienti a cui sono stati prescritti i farmaci non ne è stata verificata la loro effettiva assunzione, il che potrebbe falsare i risultati. Sono quindi necessari un gruppo di studio più numeroso e una serie di ulteriori approfondimenti. 

    Un esame del sangue per diagnosticare la depressione

    Una volta risolti questi dubbi, il biomarcatore potrebbe essere impiegato non solo per individuare la depressione, ma anche per valutare se la terapia con farmaci sta funzionando. Trattandosi di un esame del sangue, questo potrebbe essere fatto anche poco dopo l’inizio dell’assunzione, fornendo informazioni circa l’effettivo funzionamento del farmaco con tempistiche molto inferiori rispetto a quelle attuali. Per avere i primi benefici dal trattamento, infatti, sono solitamente necessarie dalle 6 alle 8 settimane. Grazie a questo semplice esame, invece, il medico potrebbe valutare gli effetti e modulare di conseguenza la terapia del paziente a una sola settimana dall’inizio della terapia, risparmiando tempo prezioso in questo tipo di patologia. Rasenick è ora al lavoro con la sua società, la Pax Neuroscience, per sviluppare questa possibile nuova risorsa. Il suo contributo nel campo delle malattie psichiatriche potrebbe essere decisivo.

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